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Green bond: come funziona e cosa cambia nel 2026

05/09/2026

Green bond: come funziona e cosa cambia nel 2026

Il mercato delle obbligazioni verdi ha attraversato, nel corso dell'ultimo decennio, una trasformazione strutturale che lo ha portato da strumento di nicchia — adottato principalmente da istituzioni sovranazionali come la Banca Europea per gli Investimenti — a componente rilevante del debito corporate e sovrano a livello globale. Capire come funziona un green bond significa anzitutto smontare l'idea che si tratti di uno strumento finanziario fondamentalmente diverso da un'obbligazione ordinaria: la differenza, tanto semplice nella formulazione quanto complessa nell'implementazione, risiede nell'uso vincolato dei proventi e nell'obbligo di rendicontazione trasparente sulle attività finanziate.

Per un'impresa che intende accedere a questo mercato, la questione non è soltanto di natura finanziaria; riguarda la capacità di costruire un framework credibile, verificabile da terze parti indipendenti, e coerente con la propria strategia di sostenibilità nel medio-lungo periodo.

Gli investitori istituzionali — fondi pensione, assicurazioni, gestori patrimoniali con mandati ESG espliciti — scrutinano con attenzione crescente la solidità di questi framework, sapendo bene che il rischio di greenwashing non è un'eventualità remota ma una criticità documentata, già oggetto di indagini regolamentari in diverse giurisdizioni europee.

Il 2026 si presenta come un anno particolarmente significativo per questo segmento: l'entrata in vigore del regolamento europeo sui green bond (EU GBS), la cui applicazione obbligatoria ha ridefinito gli standard minimi richiesti agli emittenti che intendono fregiarsi dell'etichetta "European Green Bond", ha introdotto elementi di rigore prima assenti o lasciati alla discrezionalità dei singoli emittenti. Comprendere come funziona il green bond nel quadro normativo attuale richiede quindi di ragionare simultaneamente su più livelli: quello strutturale dello strumento, quello procedurale della certificazione, e quello sostanziale dell'impatto atteso.

Struttura finanziaria e meccanismo di allocazione dei proventi

Dal punto di vista tecnico-finanziario, un green bond si configura come un titolo di debito a tasso fisso o variabile, con scadenza e cedola definite al momento dell'emissione, in tutto analogo a un'obbligazione convenzionale per quanto riguarda il profilo di rischio-rendimento per l'emittente e per l'investitore: ciò che lo distingue è l'impegno formale — assunto nell'ambito del Green Bond Framework e nel prospetto di emissione — a destinare i proventi netti esclusivamente al finanziamento o rifinanziamento di progetti eleggibili secondo categorie predefinite.

Queste categorie, nelle linee guida dell'International Capital Market Association (ICMA) che hanno a lungo rappresentato il riferimento de facto del mercato, includono energie rinnovabili, efficienza energetica degli edifici, trasporti puliti, gestione sostenibile delle acque, prevenzione dell'inquinamento, tutela della biodiversità e adattamento ai cambiamenti climatici.

La gestione dei proventi richiede all'emittente di istituire un sistema di tracciabilità interno — spesso un conto dedicato o un registro contabile separato — che consenta di dimostrare in ogni momento l'allocazione effettiva delle somme raccolte. Quando i proventi non sono ancora stati interamente allocati ai progetti eleggibili, l'emittente ha l'obbligo di mantenerli in strumenti a basso rischio ambientale, evitando la paradossale situazione in cui fondi raccolti per la transizione verde vengano temporaneamente impiegati in attività incompatibili con gli obiettivi dichiarati.

Il Green Bond Framework e la verifica esterna

Ogni emissione di obbligazioni verdi degna di questo nome si fonda su un documento programmatico — il Green Bond Framework — che definisce le categorie di progetti eleggibili, la metodologia di selezione e valutazione, il processo di gestione dei proventi e le modalità di rendicontazione periodica; questo documento non è un semplice adempimento formale, ma lo strumento attraverso il quale l'emittente comunica la propria comprensione delle categorie di rischio ambientale e la propria capacità di misurarle.

La qualità del framework influisce direttamente sulla percezione del mercato: emittenti con framework dettagliati, corredati da indicatori di impatto misurabili (kilowattora prodotti da fonti rinnovabili, tonnellate di CO₂ evitate, ettari di habitat protetti), ottengono generalmente condizioni di collocamento migliori rispetto a quelli che si limitano a dichiarazioni generiche.

La verifica esterna assume, in questo contesto, un ruolo centrale: l'opinione di seconda parte (Second Party Opinion, SPO) emessa da un provider specializzato — Sustainalytics, ISS ESG, Vigeo Eiris, tra gli altri — certifica l'allineamento del framework con i principi ICMA o, nel caso delle emissioni che ambiscono al marchio europeo, con i requisiti del EU GBS. Con l'entrata in vigore del regolamento europeo, la verifica esterna è diventata obbligatoria per i green bond che intendono qualificarsi come "European Green Bond", con requisiti di accreditamento specifici per i verificatori stessi; questo ha introdotto un livello aggiuntivo di rigore, riducendo — almeno in teoria — lo spazio per interpretazioni elastiche delle categorie eleggibili.

Eleggibilità dei progetti e tassonomia europea

Uno degli aspetti più delicati nel valutare come funziona un green bond nel contesto normativo europeo riguarda l'allineamento dei progetti finanziati con la Tassonomia dell'Unione Europea per le attività sostenibili: la Tassonomia, che definisce criteri tecnici di vaglio per stabilire se un'attività economica contribuisce sostanzialmente a uno dei sei obiettivi ambientali previsti dal regolamento (mitigazione dei cambiamenti climatici, adattamento, economia circolare, prevenzione dell'inquinamento, tutela delle acque, biodiversità) senza arrecare danno significativo agli altri — il cosiddetto principio Do No Significant Harm (DNSH) — è diventata il riferimento obbligatorio per i green bond europei.

Per le imprese industriali, questa prescrizione comporta un lavoro di analisi che va ben oltre la mera classificazione delle attività: il rispetto dei criteri tecnici di vaglio implica spesso la raccolta di dati operativi granulari — consumi energetici per unità di prodotto, intensità di carbonio per processo produttivo, percentuale di materiali riciclati — che molte aziende, soprattutto di medie dimensioni, non avevano fino a poco tempo fa sistematizzato.

La costruzione del framework diventa quindi anche un esercizio di mappatura interna della propria base dati ESG, con ricadute positive sulla governance complessiva della sostenibilità aziendale.

Pricing, greenium e dinamiche di mercato

Una delle domande che gli emittenti si pongono con maggiore frequenza quando valutano un'emissione verde riguarda l'esistenza e la misura del cosiddetto greenium: lo sconto sul rendimento — ovvero il premium in termini di prezzo — che gli investitori sarebbero disposti a riconoscere a un green bond rispetto a un'obbligazione convenzionale dello stesso emittente, con identica scadenza e struttura.

I dati di mercato degli ultimi anni mostrano un greenium medio compreso tra 2 e 8 basis point nei mercati più liquidi, con variazioni significative legate alla qualità del framework, alla reputazione dell'emittente in materia ESG, e alle condizioni generali di mercato al momento del collocamento.

Questo vantaggio in termini di costo del debito, per quanto modesto in senso assoluto, si accompagna ad altri benefici difficilmente quantificabili ma rilevanti sul piano strategico: la diversificazione della base degli investitori — con l'accesso a fondi che per mandato non possono detenere titoli privi di caratteristiche ESG — e il rafforzamento della reputazione aziendale presso stakeholder finanziari e non finanziari.

Va tuttavia considerato che i costi amministrativi legati alla strutturazione del framework, alla verifica esterna, alla rendicontazione annuale e alla potenziale revisione della classificazione Tassonomia possono erodere una parte del vantaggio di finanziamento, rendendo necessaria un'analisi di convenienza caso per caso.

Rendicontazione e rischio di greenwashing

L'obbligo di rendicontazione periodica — solitamente annuale — rappresenta l'elemento che più di ogni altro distingue un green bond credibile da un esercizio di marketing finanziario: l'emittente deve pubblicare, con cadenza regolare fino alla completa allocazione dei proventi e per almeno un anno successiva, un allocation report che documenti l'utilizzo effettivo dei fondi raccolti, e un impact report che quantifichi i risultati ambientali conseguiti attraverso i progetti finanziati.

La qualità di questi documenti varia considerevolmente tra emittenti: alcuni si limitano a rendicontazioni aggregate e qualitative, altri forniscono dati disaggregati per progetto con metodologie di calcolo dell'impatto verificate da terze parti.

Il rischio di greenwashing — inteso come la divergenza tra le promesse ambientali formulate al momento dell'emissione e l'impatto reale dei progetti finanziati — è diventato oggetto di attenzione regolamentare specifica, con l'ESMA e le autorità nazionali competenti che hanno avviato verifiche su alcune emissioni ritenute potenzialmente fuorvianti.

Per gli emittenti, questo scenario impone un approccio di estrema cautela nella definizione degli impegni: è preferibile assumere obiettivi misurabili e conservativi, con metodologie di calcolo esplicite, piuttosto che formulare dichiarazioni ambiziose difficilmente verificabili. La credibilità costruita nel tempo attraverso una rendicontazione rigorosa rappresenta, in prospettiva, un asset reputazionale di valore superiore a qualunque vantaggio di breve termine sul pricing.

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Andrea Bianchi

Autore di articoli di attualità, casa e tech porto in Italia le ultime novità.